Street Corner Society è un colletivo che, attraverso pratiche di relazione informale con le comunità, si propone di attivare processi che inneschino discussioni capaci di amplificare la dimensione pubblica dei luoghi.

Fico il Navile è un ciclo di appuntamenti che si propone di avviare un processo di ridiscussione delle e degli abitanti con il canale Navile, attraverso laboratori creativi e attività di ricerca-azione aperti a grandi e piccoli.
Fico il Navile pone in primo piano la convivialità quale dimensione cardine dell’abitare comunitario quotidiano, capace di nutrire il rapporto delle persone con il territorio. E, se tale rapporto è sempre mediato da una risorsa, di solito abbondante e a disposizione della comunità, la quantità di alberi di fico lungo il Navile sembra suggerire la traccia da seguire: quei tanti fichi, spesso lasciati maturare e poi cadere, sono il simbolo per riprendere e riarticolare questo possibile dialogo cittadino.
Fico il Navile sintetizza efficacemente il messaggio al cuore della contronarrazione che appoggiamo: il canale non più visto come luogo degradato, ma come elemento dal quale ripartire per riflettere sugli scenari futuri (locali e globali), sperimentando forme creative di collaborazione verso un uso consapevole dei beni comuni.
L’obiettivo principale è avviare un dialogo cittadino per l’integrazione del canale nell’immaginario del quartiere, sempre più al centro delle politiche urbanistiche e paradigmatico dell’abitare, per i mutamenti e le dinamiche che lo attraversano. In questo paesaggio, crediamo che il Navile sia una chiave importante per conoscere il passato e immaginare il futuro. Nel canale, infatti, non scorre soltanto acqua, ma anche memoria e storia culturale, sociale e tecnico-economica della città. Crediamo, inoltre, che luoghi come questo siano centrali per stimolare l’immaginario collettivo in relazione ai possibili scenari futuri legati al cambiamento climatico e alla crisi socio-ambientale
Mantenere vive entrambe le letture ci permette di capire il territorio - verbo chiave per poter poi abitarlo. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, il canale è progressivamente caduto in disuso, fino a perdere definitivamente la sua navigabilità poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La graduale separazione della riproduzione della vita quotidiana, via via più concentrata nel centro città, dal canale, a sua volta parte della più ampia rete idrico-infrastrutturale urbana che tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento è stata tombata, ha portato con sé anche un lento ma inesorabile processo di degrado dell’impianto tecnico-ingegneristico del Navile. Chiuse e sostegni sono deteriorati, la manutenzione non è più rientrata nell’interesse delle istituzioni e ha preso a dipendere dall’iniziativa dei cittadini o di alcuni privati che, tuttavia, non possono coprire l’intero corso del canale, il quale, infatti, alla fine del XX secolo, ha raggiunto livelli elevati di inquinamento di varia origine.
Ma questa tossicità ci parla di un sistema più ampio, è il risultato degli scambi metabolici tra il canale e la città; in altre parole, per comprenderne le cause va allargato il campo per cogliere le interazioni e le implicazioni dell’ecosistema Navile con i diversi regimi tecnosocio-economici che agiscono sul territorio. Pur essendo stato risanato negli ultimi decenni, crediamo che il Navile abbia ancora bisogno di essere "ricucito" all’immaginario collettivo della città.
Iniziamo da lontano, anzi, lontanissimo, perché il fico è una delle prime piante coltivate nella storia dell’uomo, migliaia di anni prima del grano e dell’orzo: Mesopotamia, 11000 anni fa. Ed è anche una pianta molto resistente; vi sarà capitato di vedere fichi che nascono dalle pietre di un vecchio muro o in zone impervie e si sviluppano in direzioni, per noi umani, assai scomode. Dalla Mezzaluna Fertile il fico ha viaggiato, nelle forme straordinarie e insospettabili in cui solo i vegetali riescono a spostarsi e a diffondersi. Migliaia di anni più tardi ne troviamo un numero che colpisce lungo il corso del Navile. In particolare, però, ci ha colpito ciò che accadeva con i fichi presenti nel parco Lunetta Mariotti, che, a dire il vero, sono anche gli unici a fare i frutti. Peccato che quasi nessuno li raccolga; i pochissimi che fanno eccezione si distinguono per la furtività nei gesti, come se stessero facendo qualcosa che non si dovrebbe fare. A queste persone avremmo voluto far arrivare il nostro supporto, anzi, abbiamo pensato, dovremmo farlo tutti perché quegli alberi sono beni comuni e la frutta che ci cresce è di tutti. Peccato, invece, che la maggior parte dei fichi, a fine estate, restasse a marcire a terra.
L’immagine porta con sé l’odore acre della fermentazione e una riflessione sul rapporto delle comunità con le risorse del territorio e come da queste possano nascere spontaneamente forme di socialità inedite. Così, ci siamo detti, l’anno prossimo facciamoci una granita!
L’idea di farci una granita, con tutti quei fichi che vedevamo a terra, sotto gli alberi del parco Lunetta Mariotti, è arrivata istantaneamente, quasi come quando... la si "spara grossa".
E come la facciamo, la granita?
Altrettanto velocemente, però, ci siamo convinti che fosse, sì, un’idea un po’ bizzarra, ma, allo stesso tempo, non poi così irrealizzabile. Come facevano il gelato o la granita fino al secolo scorso? No, non c’entra niente la storia degli antichi, dei fichi e della buccia...
Così abbiamo fatto qualche ricerca e viaggio studio: meta d’obbligo il museo del gelato della Carpigiani, ad Anzola dell’Emilia. E mentre scoprivamo l’archeologia industriale dei gelati, apprendevamo che la preparazione del gelato o della granita unisce la Sicilia all’Emilia, il Messico all’Italia. Sui Nebrodi, a Città del Messico e anche a Marsiglia, il gelato artigianale si fa in un fusto d’acciaio, inserito in un contenitore di legno, qualcosa di simile a una botte o un cestello, con ghiaccio e sale tutto intorno, tra l’acciaio e il legno, per portare alla temperatura e alla consistenza desiderate il contenuto del fusto.
Quindi, dentro il fusto: fichi della Lunetta Mariotti, acqua e poco poco di zucchero e limone. Attorno al fusto: sale e ghiaccio che, in qualche modo, chiudono il cerchio, non solo della reazione termica necessaria per la preparazione della granita, ma anche della narrazione che snoccioliamo lungo nel corso delle passeggiate sulla restàra del Navile. Il canale, infatti, era chiamato anche via del Sale; al tempo del porto nella zona del Cavaticcio (dove il porto c’è ancora nell’odonomastica), la salara si trovava nell’odierno Museo d’Arte Moderna di Bologna. Le barche che venivano da Cervia, cariche di sale, entravano nel porto cittadino, scaricavano in magazzino quella merce tanto preziosa e ripartivano.
Il ghiaccio, invece, all’inizio, almeno, non sapevamo come inserirlo in questo nostro racconto... poi però Francesco, una guida ambientale che conosce a fondo il Navile, ci ha confermato che la montagnola che si vede in via Piero Gobetti, non distante dalle scuole Grosso, era proprio una conserva da ghiaccio, una vecchia ghiacciaia insomma, probabilmente della vecchia villa della famiglia Grosso. Abbiamo detto che avevamo capito, ma in fondo non avevamo mai visto una conserva… soprattutto, però, ci sembrava interessante il fatto che, nel corso dei secoli, spesso, seppur nate come comfort esclusivo delle grandi famiglie, siano diventate un bene comune, di cui usufruivano gli abitanti dell’area in cui si trovavano. Approfondendo, abbiamo poi scoperto che in zona Barca, in via Bertocchi, nel giardino della villa Lambertini-Mattei, ormai quasi quindici anni fa, un gruppo di inquilini delle due palazzine costruite nell’area si è unito e incaponito per salvare la ghiacciaia della villa, dimenticata alla malora e coperta da una quercia, che la nuova proprietà voleva abbattere. Così abbiamo contattato l’associazione Salviamo la Ghiacciaia, siamo andati a trovare le sue portavoce e abbiamo visitato quel posto incredibile che, in un’epoca di frigoriferi e congelatori, ha trovato il suo modo di restare un bene comune.
Infine, in una delle nostre chiacchierate con Fausto Carpani, nella cucina dell’Associazione del Ponte della Bionda, mentre Roberta preparava il pranzo per tutti quelli che, fuori, stavano potando gli alberi, abbiamo preso nota di un altro interessante aneddoto "ghiacciato": pare infatti che i conti di Porretta, la famiglia Ranuzzi, che nel Cinquecento aveva acquistato il palazzo dove oggi ha sede la Corte d’appello, avesse l’abitudine di offrire ai propri ospiti la granita, fatta con la neve che, da Porretta, arrivava in città, forse un po’ sciolta, ma conservando l’aura di rarità e prelibatezza.
Cinque secoli più tardi, in un mondo completamente diverso, qualcosa, pensiamo, è rimasta invariata: la felicità, onesta e profonda, che una cosa semplice come la granita suscita in chi la mangia. La meraviglia dei più piccoli e delle più piccole quando, dopo aver atteso e contribuito alla preparazione con quella macchina un po’ pazza, assaggiano e sentono che, sì, è buona, come se non se lo aspettassero ma, ora che lo sanno, l’averne fatto parte è anche un motivo di vanto e divertimento pieno; l’incredulità degli adulti, a volte un po’ disillusi, o la curiosità nel cercare il nesso tra quell’oggetto così colorato e insolito e le informazioni scritte al banchetto: la granita... come? Tutti questi elementi contribuiscono a rendere il processo di preparazione un’occasione di socialità e convivialità che difficilmente sarebbe riproducibile altrimenti.




Allora, forse, un contenitore esagonale di legno e un fusto di acciaio sono la semplice condizione necessaria per produrre qualcosa di molto più grande perché, prima ancora che si verifichi quanto descritto sopra, in maniera più sottile e inconscia, la preparazione della granita apre spiragli di possibilità anche nell’articolazione e nell’immaginazione del rapporto della comunità con il territorio che abita. Al di là dei colori e delle forme, durante il laboratorio, tanto agli adulti quanto ai bambini, raccontiamo le ragioni per cui siamo lì, da dove vengono i fichi e come funziona la macchina e ciò ci permette di trasmettere e, auspicabilmente, far germogliare, la consapevolezza di un rapporto diretto con il territorio in cui risorse a disposizione e tecnica umana possono incontrarsi generando socialità, in una parola, abitandolo.
Tutti gli appuntamenti sono stati autofinanziati e ciò che offriamo è gratuito o a offerta libera, a discrezione delle persone e, come immaginavamo, ha permesso veramente a tutte e tutti di sentirsi parte e di poter accedere a ciò che stava accadendo. Questo ha generato anche interessanti riflessioni tra i più piccoli, stupiti che il gelato non costasse nulla. Noi crediamo che sia un’ottima occasione per educare e rieducarci a una società etica, in cui ciascuno contribuisce secondo le proprie capacità e ognuno può attingere in base ai propri bisogni. Lo sappiamo che la granita e il gelato non sono bisogni primari, ma crediamo anche che sarebbe necessario riorganizzare le nostre priorità e, come società, riscoprire l’importanza del buono, del bello e di ciò che, veramente, ci fa stare bene, come un sorriso di fronte a un bicchiere di granita che non costa.
Durante l’estate abbiamo costruito la struttura esterna della granitiera, in legno, con l’aiuto del collettivo Madera. Da qui siamo partiti con i bambini del Fondo Comini per decorarla a tema "Navile": piante, pesci, altri animali acquatici immaginifici, un topo, delle case e, ahinoi, qualche rifiuto in plastica, che non sfugge agli occhi dei più piccoli.
In parallelo, mentre gli ultimi arrivati disegnavano, ritagliavano e dipingevano, chi aveva già dato il suo contributo creativo è passato alla preparazione del gelato "a manovella" con una macchina manuale di inizio Novecento. Il gelato, "buonissimo" - come ha detto un bambino sulle prime delusissimo dal fatto che non fosse al pistacchio - è stato preparato con le foglie di fico messe in infusione nel latte di capra.




Il secondo appuntamento è stato articolato in due momenti distinti: prima la passeggiata lungo il primo tratto del canale Navile, poi la preparazione della granita ai fichi che avevamo precedentemente raccolto al parco Lunetta Mariotti.
Ai partecipanti della passeggiata abbiamo fornito una mappa in cui appuntare ciò che richiamava la loro attenzione; un primo passo per una mappatura che intendiamo come raccolta e stratificazione di sguardi e esperienze del luogo. E poi alcune domande attraverso le quali abbiamo cercato di riassumere la nostra riflessione sul Navile:





Abbiamo costruito la passeggiata come percorso all’interno del quale sviluppare la narrazione storico-tecnica della città e, allo stesso tempo, riconnettere gli elementi che ci hanno portato alla costruzione della granitiera e alla preparazione della granita come processi di partecipazione conviviale in dialogo con il territorio. Così che, dopo l’ultima tappa esterna al percorso del Navile, cioè la ghiacciaia-conserva in via Piero Gobetti, siamo arrivati a Fondo Comini. Lì, con i bambini che lo vivono ogni giorno, abbiamo messo in funzione la granitiera.






L’architettura del mercato globale e l’egemonia di valori che hanno retto il mondo fino a oggi si cristallizzano dopo che l’aeronautica militare di un paese creato da puritani anglosassoni nel settentrione del nuovo mondo alla fine del 700’ lanciasse su centinaia di migliaia di civili ignari due artefatti di potenza tale che fecero evaporare due città in un batter d’occhio.
Il nome segreto del progetto tramite il quale si arrivò allo sviluppo di questa inedita tecnologia faceva riferimento al luogo che permetteva di coordinare le persone, le risorse e le istituzioni necessarie per tale scopo e, allo stesso tempo, di nasconderli: Manhattan, quartiere di New York. Al tempo, il territorio urbano più densamente popolato della terra.
Dalla seconda metà del XIX secolo erano approdati oltre 20 milioni di immigrati da oltre oceano che sarebbero finiti per costituire quella eterogeneità demografica che ancora oggi ha pochi paragoni e che, tuttavia, non era scevra da violenze e discriminazioni, come ricorda, ad esempio, Georges Perec in Ellis Island . La crescita verticale della città, l’incoronazione a “porto più attivo al mondo”, la robustezza e la diversificazione economica, da un lato, e il fiorire artistico, dall’altro, contribuirono a creare un mito che ancora sopravvive nell’inconscio globale.
Sull’altra sponda della modernità, la rapidità con cui i paesi dell’URSS passarono dall’incarnare società strutturalmente contadine ad ottenere il primato sul traffico spaziale, con lo sgancio in orbita di un satellite artificiale, è tale da far fiorire un’altra mitologia tecnopolitica. Lo Sputnik I non sarà la prima né l’ultima prodezza della saga che prometteva una vita lunga e che, invece, finì per spegnersi prima del previsto.